domenica, 15 novembre 2009

volpe1



Ho il sole qui

tutto dentro un cappello

sgualcito di cielo,

mani a cucchiaio

che versano nuvole sui monti,

un sogno alto e grande

a Sass de Putia,

Passo delle Erbe.

Ai fianchi una gonna zingara

di mussola e fiori,

piedi nudi per correre

dentro braccia impaurite

che non sanno vestirmi di domani

e la pelle mia che conosce

solo neve bianca delle Alpi,

sono figlia di montagne da scalare

e dirupi freddi posati

sui polsi del mattino.

Oh! Portami lontano

che io possa rinvenire

la pietra nel bosco

lasciata sotto l’albero del ginepro

e la volpe scarlatta

nella tana delle bacche viola.

Io, aspetto il rito delle foglie

quando l’autunno spoglia

i rami del tuo nido al fiume,

aspetto la sposa nel letto

che copre il suo cuore

con le pagine di un libro

e gli occhiali sul naso,

aspetto l’uomo

che vuole sapere il

mioquantobene.

 

Tanto e poi tanto, amor mio

che tutto copre

anche le nostre pene.

 

Ginepro_jpg_2006711172050_Ginepro

postato da: barchedicarta alle ore 17:03 | Permalink | commenti (1)
categoria:il bosco di bambie
venerdì, 13 novembre 2009
 
7254a88615622d78835088c 
Ea cantora de fiume
la gà ‘na barca de carta veina
e ‘na casa fata
de pajine de giornae,
ea gà dò gambe piene de paura
e do brassi che non rancura gnente,
sue man qualche spina
e do, tre foje de selgaro
gnanca bone da brusare.
Ea cantora ea vien dal Po
con ea so canson triste
intrigà sol peto
che fa piansare el cuore
e con che l’anema
desfà dai ricordi,
con so pare dentro ogni stajon,
dentro un novembre
che vien vanti pian pianin
coi so crisantemi zai e bianchi,
co un lumin tacà
sensa ‘n'Ave Maria.
‘Na putina ea pare ancora
ea cantora col so vioin sensa corde
e ‘na canson stonà
che come ‘na piera sol stomago
non ea va via gnanca un fià.
 
 
 
Traduzione:
 
 
La cantora del fiume
ha una barca di carta velina
e una casa fatta
di pagine di giornale,
ha due gambe piene di paura
e due braccia che non raccolgono niente,
sulle mani qualche spina
e due, tre foglie di salice
neanche buone da bruciare.
La cantora viene dal Po
con la sua canzone triste
dentro il petto
che fa piangere il cuore
e con quell’anima
disfatta dai ricordi,
con suo padre dentro ogni stagione,
dentro un novembre
che viene avanti pian pianino
con i suoi crisantemi gialli e bianchi,
con un lumino acceso
senza un’Ave Maria.
Una bambina pare ancora
la cantora col suo violino senza corde
e una canzone stonata
che come una pietra sullo stomaco
non va via nemmeno un po’…
foto rielaborata da Marzia
 
postato da: barchedicarta alle ore 21:54 | Permalink | commenti (12)
categoria:na spiera de soe
giovedì, 12 novembre 2009
trieste_bora3-500
Trieste è uno schiaffo
di vento nel mare,
è l’ultima città
che ha visto mio padre.
È la Risiera di San Sabba
dove ancora il camino
spalanca l’antico dolore.
È un canale
che viene dal Carso
e ora sta sotto via Settefontane.
Trieste ha gli occhi azzurri
di Umberto e mani grandi
per fiori di bora,
è un amico di Joyce
che scrive lettere a Nora.
Trieste l’ho vista impazzire
nel manicomio slegato da Basaglia.
È stata una gita di scuola
e il mio professore
a capire sua madre Renata,
innocente bambina,
folle e malata.
Trieste ti guarda dal mare
affacciata ai caffè
di poeti e maraschino
dentro un rotolo di presnitz,
perché Trieste
è anche dolce e scontrosa
come una donna slovena
di grazia e formosa.
59a3de0b614b1cad0a8fdaefa356d668
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
 
U. Saba
postato da: barchedicarta alle ore 20:48 | Permalink | commenti (14)
categoria:i miei azzurri
giovedì, 05 novembre 2009
 
bottoni 017
 bottoni 029
bottoni 054
 
L1000467
Era ora di tirare fuori
la scatola dei bottoni,
il vaso di latta rosso
con i bianchi di madreperla.
Erano le zingare
che ci vendevano 
i bottoni più belli
attaccati al cartoncino
per dozzine con il filo.
Poi bottoni verde militare,
persi dagli eskimo gli alamari,
quelli dei primi jeans
di ferro brunito e rame
e stelle scese chissà
da quale paltò di cielo.
Di cuoio per il loden di papà,
quello grande della nonna
con grogrè di raso nero attorno,
sempre tenuto caro
ché lo avrei voluto
per il mio giaccone da sfilare
nelle domeniche ragazze.
I fiori colorati per le camicette,
i rosa confetto dei vestitini,
le foglie per i gilet di lana,
ancora perle per le federe
giusto per sognare le conchiglie
ascoltando di notte il mare.
E continuare sopra il tavolo la sera
con la mamma a sognare
vestiti di gran gala
seta, raso, taffettà
e veli per i viaggi delle spose,
che per star contenti
ci bastavan due bottoni come ori
sul golfino bello della festa
a noi che non siamo mai stati dei signori.
 
 bottoni 039
 
bottoni 037
 
postato da: barchedicarta alle ore 00:37 | Permalink | commenti (33)
categoria:i miei azzurri
martedì, 03 novembre 2009
 puerta-al-cielo
 
Ma ho un cappello vuoto,
novembre intorno 
che passa crisantemi
sfiorando i miei camposanti,
la ghiaia sotto i piedi sembra
confetto bianco calpestato
e sa di mandorle questa notte,
di castagne sul fuoco,
di boschi remoti.
Il poeta delle Langhe dice:
- La stretta di un corpo sarebbe la vita -
e una casa dove dorme un bambino
è casa di angeli
che profuma di arance
e pigne sotto l’albero.
Il cielo è ragazzo stasera
e forse domani pioveranno
arcobaleni, prati, isole,
fiori, azzurri, tramonti.
Tu intanto hai parole di cuore,
gardenie sulla giacca,
le mani che sanno di buono,
un pane nell’aria,
due gambe forti di vigna
per correre nel vento,
e salirai l’anfiteatro di pietra
con ali d’uccello scarlatto,
due occhi di gatto,
parole di caffè,
un bacio mai dato,
carezze di noia
in questo cielo
che ti somiglia stasera.
 
 
 
 
 
 
Marzia mi ha portato a questa canzone
e così penso sia bellissima per questa poesia.
Per i figli dei poeti,
per tutti i ragazzi che sognano.
postato da: barchedicarta alle ore 20:35 | Permalink | commenti (24)
categoria:i miei azzurri
lunedì, 02 novembre 2009
 
Lavoro 016
 
Oggi torno qui,
oggi che dei miei cari
ho gonfi gli occhi,
e crisantemi e fiori
di acqua gelida nei vasi,
in questa nebbia
aldilà del canale
ritrovo le giacche bagnate,
i fazzoletti delle donne,
le borse coi lumini,
gli abbracci della mia gente
che vedo solo quando
qualcuno torna alla terra,
là, nel fondo del bosco Nordio.
Il bosco che ci ha visto bambini
crescere assieme ai daini
e all’agrifoglio raccolto a Natale.
Ora qui,
avvolta dai canti dei pettirossi,
la gente fa processione,
la gente ricorda e passa
guardando le foto sbiadite,
i sorrisi sfocati, gli amici lasciati,
gli amori delle madri, dei padri andati.
E perdona padre
se non scrivo auguri di rose
nel giorno del tuo compleanno,
da te,
a me pare,
non sia passato
neanche un anno.
 
 
 
Tornare e invece avere solo voglia di andare via e lasciare, lasciare tutto, tutto, anche qui, lasciare tutto dentro i dolori di una casa, dei pensieri che vanno e non tornano mai al loro posto, lasciare che tutto passi, anche il tuo compleanno padre mio.
E poi perdere un amico che in pochi mesi ci ha lasciato le scarpe, nemmeno svuotandogli la testa dal male è servito e aveva solo cinquantasette anni, lasciare a lui una poesia di Alda e una sigaretta magari per fumarsela assieme.
Lasciare che questo branco di cani rabbiosi venga ogni anno puntualmente a trovarmi mordendo per giorni e giorni colonna schiena gambe piedi paralizzandomi e non mi faccia dormire da notti ormai, continuo a ingrassare le case farmaceutiche e sono al punto di prima e peggio, maledetto sciatico che ti venisse un accidente secco!!
E sono demoralizzata, nervosa e stanca anche di scrivere queste inutili cose su un video blu, che non è cielo e nemmeno mare, che non serve stare qui a pregare o farsi compatire, che ho solo voglia di gridare e scappare, scappare per un po’ e non farmi più trovare…
 
postato da: barchedicarta alle ore 20:49 | Permalink | commenti (15)
categoria:nessun nido
domenica, 25 ottobre 2009
CCI05072009_00003
Il sacco porti
sulle spalle forti
e la testa piegata
ai pensieri di fame,
i piedi nudi nel sole
pensano alla sabbia di mare,
potresti portarci
i figli la domenica
a respirare aria buona
e la tua donna bella,
che di fiato ha cento baci,
a colorare la pelle bianca sua
e caricarla un giorno in moto
a prender le misure
dalla sartina in centro
ché merita sì
una veste tutta nuova
e un cappellino di paglia in tinta.
- Dai, dammi una mano
che si fa prima a caricare il carro
che stasera voglio portare
a casa due patate dolci
per i miei ragazzi magri -.
 
n.a. Devo dire che quando ho visto questa foto mi sono commossa, la bellezza della luce che filtra, le spalle curvate dal peso del sacco, il fazzoletto legato al collo a raccogliere il sudore e quei piedi nudi sulle assi di legno, mi hanno fatto sembrare l’immagine quasi un dipinto di un santo per mano di Caravaggio, si potrebbe dire santo della fatica e dei sacri-fici che una volta erano sforzo, poco pane e acqua di pozzo. Io che non li ho conosciuti così chiaramente, guardando quest’uomo ho pensato alle migliaia di braccianti che hanno lavorato a testa bassa subendo le peggiori ingiustizie. Ora che il contadino potrebbe vivere meglio, con strumenti, attrezzi e nuove tecnologie, di gente che lavora la terra non se ne vede più, perché il contadino è stato abbandonato dai politici che se ne fregano dell’agraria. A noi è rimasta la tristezza delle solite colture lavorate meccanicamente e con freddezza per chilometri e chilometri di distese di campi. I sentimenti che muovevano le mani dei contadini che lavoravano un loro appezzamento non esistono più. Importiamo dall’estero prodotti che si potrebbero coltivare qui in Italia. Sarebbe ora di ritornare alla terra. Sarebbe ora che chi ha voglia avesse degli incentivi e delle possibilità per vivere la serenità di un campo, la bellezza di vedere nascere piante, frutti e verdure dalla propria terra. Sarebbe proprio ora.
(E qui ci vorrebbe un intervento di Manlio che meglio di me conosce la storia e magari non approverà nessuna delle parole che ho detto).
 
 
 
La foto è tratta dal libro “La fatica per immagini” del prof. Dino Felisati.
 
postato da: barchedicarta alle ore 22:43 | Permalink | commenti (23)
categoria:bandiere rosse
venerdì, 23 ottobre 2009
 CCI16102009_00000
E scendeva al vecchio albergo
di Vigo da dove partivano
i bastimenti per Venezia,
 
la sua finestra dava sulla piazzetta,
al sole brillavano vetri e coralli
a nascondere il fondo del mare,
 
un ponte sopra il canal Vena
a collegare le due rive 
con dentro il sangue dei pescatori.
 
Era dalla città delle fabbriche
che veniva l’uomo solo di Torino
a respirare i lontani parenti,
 
nella bassa stagione si concedeva
il mare silenzioso della spiaggia
che pareva Amarcord di Fellini,
 
con quel colore grisaglia di fine estate
intonato al doppiopetto elegante
che sapeva di colonia e armadio.
 
L’uomo solo di Torino
aveva dita gialle di tabacco
e occhi azzurri d’acqua,
 
gli stessi di sua madre bella,
sorella di nonna Maria
che serviva piatti e vino all’osteria.
 
Se ne partì solo senza avvisarci,
un posto prenotato al cimitero
sopra la valle che lo aveva visto bambino.
 
Di lui ci resta poco
il suo sorriso triste in qualche foto,
sei tazze da consommé
 
e un servizio dal Giappone
per servire pomeriggi,
foglie di tè sul balcone.
 
postato da: barchedicarta alle ore 16:36 | Permalink | commenti (13)
categoria:la porta del mare
mercoledì, 21 ottobre 2009
laguna
 
 
Svito la sera,
coperchi di nuvole
negli scuri del cielo,
e fanno ritorno girasoli di pensieri.
 
Hai messo
conserve di sorrisi
per l’inverno
nella mia cantina di poca luce.
 
Distillo il vino nuovo
travasando silenzi
dentro verdi bottiglie
di quel tempo e prati.
 
Il mio nudo porto
non ha un tozzo di vela,
né sigarette di marinai
che si fumano l’alba e baciano le loro donne.
 
Nessuna terra
dove posare
i nostri occhi d’isola
e scoperte.
 
Ho il cuore di pugni e zavorre
che batte in un petto
di conchiglie mute,
senza onde di te.
 
Vascelli di parole
erano le bocche nostre
e il tuo sole nelle mani incrociate
in orizzonti d’attesa.
 
Ora il vino rancido
ubriaca solo la mia aria
che non ha braccia di vite,
né sguardi di mosto.
 
 
 
 

 

postato da: barchedicarta alle ore 18:45 | Permalink | commenti (19)
categoria:barche di carta
martedì, 20 ottobre 2009
 filippini

 
Silvio Pellico
le mie scuole medie,
all’angolo la vecchietta
con il suo carretto di fogli protocollo
e caramelle al sapor di viola,
spaventati noi, gli anni settanta
e i compiti in classe.
Su e giù di corsa per i treni
dentro inverni e mani di brina
e buffa io in un paltò a quadri
con manicotti di finta pelliccia.
Mattine da stivali di gomma
a cercare un varco
nell’acqua alta che cresceva,
vento di mare sui ponti
e urla di gabbiani tra i capelli,
speranze mai perse
e voti che poco
consolavano il tanto fiato.
Pane caldo di uvetta
e cuori disegnati sui diari,
quanti baci tenuti al petto
amori mai arrivati.
Sezione acca
che non stava mai muta,
amiche tante
e una professoressa piccolina d’italiano
ma grandi donne tutte quante
che stringo al cuore
di una Chioggia lontana.
 
 
 
 
Prima classificata: la mia prof. d’italiano delle medie.
Seconda classificata: Io me, della serie: poteva mai l’allievo superare il maestro?
È andata, spettacolino con poco spazio alla poesia, con una presentatrice stile escort e non poteva essere diversa la serata con una giunta berlusconiana.
Ospite d’onore: Giancarlo Marinelli, bello come un dio greco, che ha usato parole di grande umanità per Chioggia e anche per me (mi sono fatta autografare il libro “Ti lascio il meglio di me” e sentite, sentite cosa mi ha scritto: - a Cristina che ha la poesia negli occhi – un altro po’ e svengo seduta stante, eheheheheh!!!!
Dice Berto che Venezia sia la città ideale dove dire addio ad una donna o morire, lui citando Berto ha detto che Chioggia è la miglior città dove ricominciare con una donna o rinascere a nuova vita.
E continuando... se Fellini avesse conosciuto Chioggia forse avrebbe girato un film.
Poi a pensarci la vita è davvero strana, le coincidenze delle parole sono strane, pochi giorni fa ho scritto una cosa che metterò presto qui al blog, dove parlo di Chioggia e della spiaggia di Sottomarina nel finir di stagione paragonandola ad Amarcord di Fellini.
La più bella cosa che questo premio mi ha lasciato sono stati gli incontri: con la mia prof. d’italiano delle medie come ho detto, (citata anche nella mia poesia), che ha presentato al concorso tre scritti di grande valore poetico su Chioggia, sua città d’adozione essendo lei marchigiana. Ha raccontato a mia madre che per anni ha portato nel portafogli, fino a che si sono consumati, i nostri temi di scuola di noi ragazze di campagna, lei si sentiva molto simile a noi, giovanissima era al suo primo incarico e veniva da una realtà contadina.
Poi c’era il mio prof. delle magistrali, che delicatamente all’orecchio mi ha bisbigliato che il primo premio lo avrebbe dato a me, lui anni fa è stato colpito da ictus ha la dolcezza di un bambino ormai.
Il buffet è stato ricco e pieno di congratulazioni da parte di tanta gente con lo scambio di quatro ciacole tra poeti e scrittori partecipanti.
La serata si è conclusa al mercato ittico di Chioggia, dove si svolgono le aste del pesce al mattino presto. Ricordo di aver lavorato lì da ragazza come novantina per il comune, ricordo che mi alzavo alle 5.00 di mattina per arrivare all’ufficio comunale interno per preparare i fogli d’asta per i pescatori, un’esperienza che porterò nel cuore per sempre.
Ma comunque per finire, qui c’era la manifestazione conclusiva per l’arrivo al Porto di Chioggia del sottomarino Salvatore Todaro, che fu un illustre personaggio chioggiotto, comandante di sommergibili durante la IIª guerra mondiale. Non so cosa ci facevo io all’interno di quella festa con luci e riflettori dove sfilava tutta la marina militare e una Matilde Brandi elegantissima che presentava, io che sono una pacifista non lo so davvero cosa ci facevo lì. Fatto sta che ci hanno voluti sul palco, ci hanno consegnato una pergamena e poi ci siamo avviati verso casa, sulle note di un gruppo jazz bravissimo con una cantante dalla voce adorabile che cantava “addio Venezia, addio”.
 
 
 
 
 
dh4q46
postato da: barchedicarta alle ore 09:14 | Permalink | commenti (12)
categoria:diario polesano